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| L’elezione di Obama: è possibile una crescita dell’instabilità? |
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| di Fabio Squillante |
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Roma, 18 nov - (Servizi-italiani.net) - L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti avrà profonde conseguenze anche sulla politica italiana, e non solo per il segnale di rinnovamento che comporta, ma anche e soprattutto per i nuovi equilibri internazionali che verranno a crearsi. Propenso al dialogo e determinato a ritirare le truppe dall’Iraq, Obama potrebbe essere percepito come “debole” da alcuni importanti attori, come la Russia e l’Iran, che avranno interesse a testarne quanto prima le capacità di reazione e la determinazione. I leader di questi Paesi, interessati ad una risalita del prezzo del petrolio, potrebbero dunque trarre giovamento da una crisi internazionale nel “grande Medio Oriente”: in Iraq, appunto, dove russi e iraniani hanno grande capacità d’influenza; o in quell’Afghanistan che Obama ha indicato come priorità della sua politica estera; o magari in Pakistan o in Turchia. Nonostante l’attitudine diplomatica ostentata dal Presidente eletto degli Stati Uniti, le relazioni tra Mosca e Washington potrebbero quindi peggiorare, come dimostra la minaccia russa di dispiegare missili nucleari nell’enclave di Kaliningrad, proprio nel giorno dell’elezione di Obama. E l’instabilità globale potrebbe crescere, provocando importanti contraccolpi anche nel nostro Paese.
A questa eventualità ha fatto cenno lo stesso vicepresidente eletto, Joe Biden, nella sua ormai famosa gaffe in campagna elettorale. In effetti, vale la pena di ricordare che Russia ed Iran hanno oggi interessi particolarmente coincidenti mentre, al contrario, il tanto favoleggiato asse russo-cinese ha dimostrato nel corso della crisi finanziaria la sua inconsistenza: la Bank of China è infatti intervenuta di concerto con Banca centrale europea, Federal Reserve Usa, Bank of England, banche centrali di Canada, Svizzera, Svezia e, ultima a causa dell’inesistente margine sul fronte dei tassi, quella del Giappone, che si è limitata a diffondere un comunicato “di solidarietà”. I paesi rappresentati da questi istituti centrali rappresentano il “fronte unito” della finanza globale. Mosca ne è fuori. Al contrario di quanto spesso si dice, del resto, la Russia è oggi assai debole.
La Russia è un colosso dai piedi d’argilla
Negli ultimi anni l’economia russa è cresciuta al ritmo del 10 per cento annuo, in gran parte grazie all’aumento del prezzo degli idrocarburi, ma l’attuale premier, Vladimir Putin, non ne ha approfittato per introdurre le necessarie riforme strutturali, non ha favorito il rafforzamento della base produttiva, puntando in particolare alla produzione di beni di beni di consumo. L’economia russa si basa ancora in maniera preponderante sullo sfruttamento delle risorse naturali, al punto che, nei mesi in cui il prezzo del barile ha superato i 140 dollari, la percentuale del Pil dipendente dall’export di materie prime ha toccato il 70 per cento. Ciò nonostante, i giganteschi introiti petroliferi non sono stati utilizzati per ammodernare le infrastrutture estrattive, né la rete di trasporto degli idrocarburi, da tempo obsoleta. La base produttiva, scarsamente sviluppata e concentrata sull’industria pesante, e l’esiguità del ceto medio, determinano la debolezza del mercato finanziario russo. Non è un caso se la Borsa di Mosca sia tra quelle che più hanno patito la crisi internazionale, perdendo il 65 per cento del proprio valore. Ancor prima, del resto, il sistema finanziario russo era stato fortemente penalizzato dalle dimostrazioni muscolari del regime di Putin. L’esproprio dell’ex presidente di Jukos, Mikhajl Khodorkovskij, mandato a marcire in galera perché aveva osato sfidare il potere del Cremlino; così come il trattamento riservato a compagnie occidentali, come Royal Dutch Shell, hanno dimostrato l’assoluta incertezza del diritto, scoraggiando gli investitori internazionali. L’atteggiamento imperialista con cui Mosca ha trattato l’Ucraina, facendo tremare il mercato europeo dell’energia; e soprattutto la guerra lampo del Caucaso, hanno definitivamente convinto gli operatori economici internazionali dell’inaffidabilità del regime retto da Putin e dal suo successore, il Presidente Dmitrij Medvedev.
Infine, vale la pena di ricordare il principale rischio strategico che la Russia deve affrontare: non le batterie antimissili in Polonia, quanto piuttosto lo spopolamento delle regioni siberiane, che al contempo subiscono la fortissima pressione immigratoria cinese. Un processo che potrebbe cambiare l’equilibrio etnico di un’immensa regione, dotata d’immense ricchezze in termini di petrolio, gas, metalli rari, oro e diamanti.
Russia e Iran: interessi coincidenti
Tradizionalmente, i regimi russi hanno sempre reagito con l’aggressività alla sensazione della propria debolezza, con la significativa eccezione del periodo della presidenza di Boris Eltsin. All’inizio del proprio mandato, Barack Obama sembrerà particolarmente debole al tandem Putin-Medvedev, che potrebbe decidere di avviare il prima possibile un’azione aggressiva tesa a mettere alla prova il neo-presidente, ed a trar vantaggio dalle sue eventuali difficoltà. Allo stesso tempo, potrebbero cercare la sola via di rapida uscita dalla drammatica situazione economica in cui il paese si trova: far risalire sensibilmente e rapidamente il prezzo di petrolio e gas. E’ su questo punto, in particolare, che l’interesse russo si salda con quello dell’attuale leadership iraniana. Anche Teheran, infatti, ha gravissimi problemi economici. Il Presidente Mahmoud Ahmadinejad ha puntato sull’alto prezzo del petrolio per finanziare la sua politica di esportazione dell’instabilità, ma anche per le politiche di spesa adottate sul piano domestico. Politiche che hanno fatto schizzare in alto il debito pubblico e l’inflazione. Con il barile a 145 dollari era possibile mantenere Hezbollah in Libano e i sussidi alla benzina a casa. Con il barile a 50 dollari il profondo malessere che già affligge la popolazione iraniana, potrebbe trasformarsi in dissenso politico organizzato. Il regime di Ahmadinejad non ha altro modo di risalire la china se non, ancora, un brusco rialzo del prezzo del greggio.
Per ottenere questo risultato, il Presidente iraniano potrebbe tentare di destabilizzare Iraq e Afghanistan, paesi confinanti in cui l’Iran ha una formidabile capacità d’influenza. In Iraq la componente sciita è maggioritaria ed ha storici rapporti di vicinanza con Teheran. L’esercito del Mahdi, la milizia di Moqtada al Sadr, è da sempre in stretto contatto con i pasdaran iraniani. In Afghanistan, gli iraniani possono contare quanto meno sulla minoranza tagika, che con i persiani condivide lingua e cultura.
In un’eventuale strategia di destabilizzazione, Ahmadinejad potrebbe cercare il sostegno di spezzoni dei servizi segreti pachistani, di un paese come la Siria, ma anche della Russia, con cui Teheran ha buone relazioni, cementate dalla collaborazione in campo nucleare. Lo strato di ex ufficiali dei servizi di sicurezza che guida la Russia, del resto, ha storici rapporti con la minoranza sunnita in Iraq, che costituiva il nerbo del regime di Saddam Hussein. Le milizie sunnite sono state riarmate e finanziate dagli americani, che sono riusciti così a spezzare il legame tra saddamiti e qaedisti, ponendo fine alla guerra civile. Nell’Iraq del nord, i curdi sono guardati con sospetto da turchi, iraniani e dagli altri iracheni. Oltre che in Turchia, dove vivono 12 milioni di curdi, loro minoranze sono presenti in Siria, Iran, Azerbaigian ed Armenia. Soffiare sul fuoco di queste divisioni etniche e religiose, per di più in un paese che come l’Iraq siede su riserve petrolifere che sono seconde solo a quelle saudite, non è certo difficile, tanto più per iraniani e russi. Questi ultimi hanno conservato forti capacità di manovra in Afghanistan, un paese che hanno controllato per molti anni. A Mosca, del resto, vive ancora una forte comunità afgana che potrebbe fornire agenti in grado di convincere i capi tribali a riprendere le armi contro gli attuali “invasori”: le truppe della Nato. In un’eventuale strategia della destabilizzazione, sarebbero a rischio anche paesi come il Pakistan e la Georgia, ma anche la Turchia, la Moldavia e l’Ucraina.
Come risponderà l’America di Obama?
Un simile gioco sarebbe un azzardo, ma potrebbe riuscire. L’altra soluzione possibile, difficilmente riuscirebbe digeribile al Presidente iraniano ed al premier russo: intavolare negoziati veri con l’Occidente, rinunciando all’arricchimento dell’uranio (l’uno) ed al controllo delle pipeline della regione caspica e centro-asiatica (l’altro). E’ dunque probabile che russi e iraniani siano tentati dall’appiccare il fuoco. Probabilmente, anzi, lo stanno già facendo. Sarà un caso, ma negli ultimi giorni gli attentati terroristici sono ripresi in Iraq e in Pakistan. Un riaccendersi della violenza in Iraq potrebbe mettere in serie difficoltà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Ammettiamo che all’inizio del prossimo anno, tra febbraio e marzo, un attacco terroristico faccia strage di militare statunitensi: Obama potrebbe decidere di accelerare il ritiro delle truppe, abbandonando l’Iraq al proprio destino ed esponendo gli Stati Uniti al trauma di una “fuga da Baghdad” che ricorderebbe la fuga dall’ambasciata di Saigon. O potrebbe decidere di mantenere l’impegno militare nel paese, rischiando di rimanere invischiato in una lunga, logorante guerra terroristica. In Afghanistan le prospettive potrebbero essere altrettanto cupe, con in più il rischio di gettare nel caos un paese dotato dell’arma atomica, come il Pakistan.
In un simile scenario, Obama sarebbe probabilmente costretto a rinunciare ai propri intenti di mediazione, e ad affrontare con determinazione le nuove minacce, contrastando ovunque il fronte avverso. L’interesse degli Stati Uniti, come quello dell’Europa, del Giappone, ma anche dell’India e della Cina, è del resto esattamente opposto: mantenere basso il costo dell’energia sia per alimentare la crescita dell’economia, sia per ridurre la capacità d’influenza di paesi come Russia, Iran e Venezuela.
Berlusconi e l’azzardo di un abbraccio con Mosca
L’opposizione italiana ha attaccato violentemente il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per aver detto che Barack Obama è “abbronzato”. Purtroppo ha lasciato passare sotto silenzio altre, più preoccupanti dichiarazioni del premier: Berlusconi, ha detto infatti che la guerra lampo del Caucaso è stata provocata dalla Georgia, che ha proditoriamente attaccato le truppe russe in Ossezia meridionale; ed ha ostentato “totale sintonia” di posizioni tra Mosca e Roma nelle vicende internazionali. Le dimostrazioni di amicizia e persino d’affetto che il premier ha riservato a Putin e Medvedev, possono essere spiegate con la dichiarata volontà di accrescere l’interscambio commerciale italo-russo, fino a superare il record della Germania. Ma per il nostro paese non riflettono necessariamente un punto di forza nello scenario globale prossimo futuro. A Smirne, dove ha incontrato il premier turco, Recep Tayyp Erdogan, Berlusconi è tornato a proporsi come mediatore tra Usa e Russia, arrivando a dire che il minacciato dispiegamento di missili nucleari nell’enclave di Kaliningrad rappresenta una risposta alla “provocazione” americana dello scudo spaziale. Lo staff di Obama ha mantenuto un rigoroso silenzio, ma il segretario alla Difesa Robert Gates, di cui si dice che potrebbe mantenere l’incarico anche con Obama, ha detto che il dispiegamento di missili non è il modo migliore per dare il benvenuto al nuovo Presidente degli Stati Uniti.
Se Mosca e Teheran dovessero davvero puntare ad una destabilizzazione del quadro mediorientale, le speranze di mediazione di Berlusconi potrebbero finire come quelle di Obama: in un vicolo cieco. Sarà certamente necessario fare il possibile per evitare il delinearsi d’una simile prospettiva, ma in uno scenario di forte contrapposizione, l’Italia dovrà acconciarsi a scegliere il campo in cui stare. Britannici, francesi e tedeschi non avranno dubbi: tutti sono guidati da leader filo-americani e nessuno dipende tanto quanto noi dai rifornimenti russi ed iraniani. Non sarà un periodo facile. |
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| L’Africa tra segni di progresso e nuovi sintomi di crisi |
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Roma, 18 nov - (Servizi-italiani.net) - Nell’ultimo decennio, l’Africa ha spesso fatto parlare di sé in termini più lusinghieri. Molti osservatori hanno ad esempio sottolineato la significativa accelerazione dello sviluppo in atto nel continente, pur rilevando come accanto a nicchie di eccellenza persistano situazioni di grave arretratezza. Alla recente crescita africana hanno dato un significativo contributo gli alti prezzi delle materie prime energetiche, che spiegano in particolare i saggi di crescita a due cifre fatti registrare dall’Angola, e gli investimenti fatti dalle potenze emergenti. Si sono affacciati sull’Africa i cinesi, ad esempio, ma anche gli indiani ed i brasiliani. Sono tornati a farsi vedere i russi. Sono altresì emersi protagonisti locali, come il nuovo Sudafrica, ed hanno preso quota persino alcuni processi integrativi regionali. L’Unione africana sta forse segnando il passo, specialmente sul versante della sicurezza, ma non è l’unica realtà istituzionale consolidatasi nell’ultimo decennio. Esiste, ad esempio, la Comunità sud-africana di sviluppo (Sadc) che si appresta forse ad esercitare un ruolo significativo nella crisi centro-africana, ed altri fori subcontinentali sembrano inclini ad assumere funzioni rilevanti in alcune regioni.
Anche se non ha sviluppato in tempi recenti una sua vera e propria politica africana, l’Italia è fra i paesi europei tradizionalmente più sensibili a quanto accade al di là del Mediterraneo. Lo è per ragioni di prossimità geografica, per motivi attinenti alle necessità del suo approvvigionamento energetico e per l’impatto che le crisi africane possono dispiegare in termini di pressione migratoria sulle proprie coste. L’Italia è inoltre attenta all’Africa anche per il fatto di ospitare sul suo suolo la Santa sede, che vanta cospicui interessi nel continente nero, a tutti gli effetti divenuto un bacino geopolitico d’importanza primaria ai fini dell’alimentazione del clero cattolico e del contenimento dell’espansione religiosa dell’Islam. A riprova dell’elevato grado di priorità attribuito all’Africa anche dall’attuale governo di centrodestra sta il fatto che il ministro degli Esteri, Franco Frattini, abbia deciso di trattenere per sé fino almeno al vertice del G8 la delega agli affari africani, usualmente conferita ad uno dei sottosegretari della Farnesina.
Mentre si osservano con soddisfazione i progressi fatti registrare dai paesi africani più brillanti, non è quindi inopportuno cercar di capire in che modo i conflitti ancora aperti possano influire sulla politica italiana, europea ed occidentale nei confronti del continente nero.
Il “grande arco di crisi” africano
La chiave del decollo africano risiede verosimilmente nello sviluppo d’infrastrutture che colleghino alle coste le ingenti risorse minerarie del cuore continentale: attività nella quale si è distinta finora soprattutto la cooperazione cinese, allo scopo di acquistare materie prime ed influenza politica per soddisfare le crescenti ambizioni di Pechino. Senza ferrovie ed autostrade che congiungano i paesi landlocked al mare, in effetti, non è immaginabile un’effettiva integrazione dell’Africa nel circuito dell’economia globale, anche se resta possibile uno sviluppo a macchia di leopardo che interessi soprattutto le periferie marittime del Continente. La pericolosità delle crisi in atto va valutata proprio attraverso il prisma dei ritardi eventualmente imposti alla realizzazione delle infrastrutture. Di qui, l’importanza di comprendere le interconnessioni spaziali tra i conflitti in corso. Che, in Africa, sembrano delineare almeno due assi semi-indipendenti.
Il primo congiunge Somalia, Kenya e Sudan. L’ex colonia italiana è sostanzialmente uno Stato fallito, un buco nero geopolitico, nel quale è in corso uno scontro furioso che contrappone una coalizione lasca di “signori della guerra” sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Etiopia ad un movimento politico di natura islamista assai affine ai talebani afgani, il cui proposito è quello di riunificare intorno alla rigida applicazione della sharia un paese diviso in clan e tribù, dilaniato da oltre vent’anni di guerre intestine. Le corti islamiche, dopo aver subito l’allontanamento dalla capitale Mogadiscio, si sono riorganizzate e sono adesso all’offensiva. Hanno appena riconquistato l’importante porto di Merka. La sostanziale assenza della legge ha altresì permesso alla Somalia di alimentare uno dei fenomeni di pirateria marittima più vistosi del pianeta, al punto da obbligare prima l’Alleanza atlantica e poi l’Unione europea ad allestire missioni navali di contrasto e repressione del fenomeno.
Anche se è la Somalia a conquistare le maggiori attenzioni dei media, è tuttavia probabilmente il Kenya il fulcro di questo primo sistema di crisi interconnesse. Non solo perché le corti islamiche sono riuscite ad impiegarlo come proprio retroterra, ma altresì perché i porti keniani sono da tempo utilizzati per veicolare armi verso altri focolai di conflitto. Ha probabilmente favorito lo sviluppo di questi traffici illegali anche la situazione di difficoltà in cui si sono trovate per qualche tempo le istituzioni keniane, giunte alcuni mesi or sono sull’orlo della guerra civile, prima che il leader dell’opposizione, Raila Odinga, raggiungesse un accordo con il governo legittimo di Nairobi.
Le connessioni esistenti tra instabilità somala, intermediazione keniota e crisi in teatri terzi sono venute alla luce con l’oscura vicenda della motonave ucraina Faina, sequestrata in alto mare dai pirati con un carico di armi di vario tipo diretti ai movimenti indipendentisti del Sudan meridionale, che stanno cercando di rafforzarsi in vista del referendum sull’indipendenza, i cui risultati potrebbero essere contestati dal regime di Khartoum. L’eventualità della ripresa della guerra civile in Sudan interessa certamente l’Italia, che a suo tempo contribuì a garantire la tenuta degli accordi di pace raggiunti dallo Stato sudanese con la leadership dell’insurrezione al Sud, ma soprattutto dovrebbe inquietare Pechino, considerata la mole degli investimenti cinesi in Sudan ed il ruolo assunto da Khartoum nella politica africana della Repubblica popolare.
Il grande conflitto centrafricano
L’importanza regionale dei porti keniani non permette di escludere che di quelle infrastrutture si servano anche altre fazioni belligeranti, come le milizie che si stanno affrontando nella regione dei Grandi laghi, che è l’epicentro del secondo grande asse di crisi africano: un sistema certamente più complesso ed esteso del precedente, che ricomprende Uganda, Tanzania, Ruanda, Burundi, le due Repubbliche congolesi, l’Angola, il Sudafrica e, per certi versi, la stessa Nigeria. Al centro di questa crisi c’è l’irrisolto nodo di chi comandi effettivamente nell’ex Zaire, forse uno Stato sovraesteso rispetto alle effettive capacità di controllare ed amministrare il proprio territorio, e comunque rivelatosi incapace sia sul piano della difesa esterna che su quello della sicurezza interna. Della debolezza congolese si sono resi conto tanto i soggetti emarginati dalla gestione del potere centrale, quanto le piccole potenze regionali al di là delle frontiere orientali dell’ex Zaire, che ne hanno approfittato per tentare di sottrarre lo sfruttamento delle ingenti risorse minerarie del Kivu al governo di Kinshasa.
E’ certamente in quest’ottica che il Ruanda spalleggia le milizie tutsi del generale Laurent Nkunda, mentre a sostenere Kinshasa è intervenuta con proprie truppe l’Angola. Sul posto, vale la pena di sottolineare come operi anche una grande missione militare delle Nazioni Unite, la Monuc, forte sulla carta di quasi 17 mila uomini e quindi di gran lunga superiore in effettivi alle poche migliaia di irregolari di cui dispongono Nkunda e coloro che si sono organizzati localmente per resistergli, come i Mai Mai. Ma la Monuc è sostanzialmente impotente, perché i suoi massimi contribuenti sono l’India, con oltre quattromila soldati, il Pakistan ed il Bangladesh: paesi che si percepiscono come rivali e le cui truppe tendono a ridurre al minimo la cooperazione sul terreno.
Improbabile un intervento militare europeo
A dispetto del suo impatto mediatico, che inizia ad essere apprezzabile, la crisi in atto in Africa centrale tuttavia non sembra avere la capacità di provocare un’internazionalizzazione ulteriore della lotta. La carenza d’infrastrutture limita drasticamente l’efficacia della proiezione del potere militare occidentale nella regione e ne enfatizza i rischi. E soprattutto, a dispetto della sua centralità geopolitica, la zona teatro degli scontri è al momento marginale rispetto ai maggiori progetti infrastrutturali immaginati per favorire il decollo dell’intero continente. La grande autostrada tra il Cairo e Città del Capo passerebbe a lato, attraversando Sudan e Kenya e restando lontana dall’epicentro degli scontri. Forse non è un caso che il conflitto nel Kivu settentrionale interessi attualmente più gli africani dei cinesi, degli europei e degli americani, a differenza di quanto potrebbe accadere nel Sudan meridionale.
Gli sviluppi e le conseguenze della guerra congolese sono più direttamente avvertiti in Africa centrale e nel cono meridionale del continente che non all’esterno. Di qui, il tentativo di mediazione tra Nkunda e Joseph Kabila fatto dal Presidente nigeriano, Olusegun Obasanjo, per conto delle Nazioni Unite ed il possibile coinvolgimento della Sadc nella stabilizzazione del Kivu settentrionale. Meno successo, invece, paiono aver avuto le missioni diplomatiche del ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, e del titolare del Foreign Office, David Miliband. Il loro intervento nella crisi, infatti, è parso ai più soprattutto come l’ennesimo tentativo francese e britannico di riaffermare la propria influenza postcoloniale in una zona dove i partigiani dell’adesione al Commonwealth ed alla comunità francofona si scambiano da tempo colpi proibiti.
Verosimilmente, così stando le cose, l’Europa eviterà di cacciarsi in guai ulteriori inviando proprie truppe nella regione dei Grandi laghi, salvo che ciò non si renda necessario per portare in salvo qualche imprudente occidentale rimasto in zona. L’opinione pubblica del vecchio continente ne ha abbastanza d’interventi militari oltremare in zone dove sembrano non sussistere interessi nazionali evidenti. Può sostenere un’operazione come la missione Atalanta, appena decisa per proteggere il traffico mercantile in transito tra lo stretto di Aden e l’Oceano Indiano. Non una nuova Restore Hope. Vi si piegherà soltanto in una circostanza: se il neoeletto Presidente Usa, Barack Obama, riterrà la causa utile per reinserire gli Stati Uniti nel cuore del continente africano con un gesto eclatante.
Interventi militari coordinati tra le maggiori potenze potrebbero altresì verificarsi per soffocare l’eventuale ripresa della guerra civile sudanese, che pregiudicherebbe il completamento di molti progetti di grandi dimensioni finalizzati all’infrastrutturazione dell’Africa. Sarà forse la stessa Pechino a pretenderli, specialmente se il discusso Presidente del Sudan, Omar Hassan Al Bashir, non riuscisse a venirne a capo. Una prospettiva interessante, posto che l’Occidente potrebbe in cambio pretendere la cessazione delle violenze nel Darfur. (g.d.) |
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