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| Il nuovo anno: primo piano sull’Asia centro-meridionale |
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Roma, 22 dic - (Servizi-italiani.net) - Alla vigilia della pausa natalizia, il primo teatro da segnalare come meritevole di attenzioni speciali anche durante le prossime vacanze è certamente il grande scacchiere dell’Asia meridionale. Gli echi destabilizzatori degli attacchi di Mumbai sono infatti lontani dall’essersi esauriti. Gli inquirenti indiani ritengono di aver individuato in un noto gruppo jihadista pachistano prossimo ad Al Qaeda - il Lashkar e Taiba - l’organizzazione responsabile della strage e chiedono al Pakistan dei gesti di condanna di elevato valore simbolico. Islamabad, che pure ha finalmente deciso di rendere illegale sia il gruppo islamista considerato colpevole che il suo braccio politico, il Jaamat ud Dawa, sembra però poco disponibile a concedere tutti i passi pretesi dal governo di Nuova Delhi. Il rischio di un conflitto è quindi tutt’altro che scongiurato. La cronaca politica riferisce di dichiarazioni aggressive di entrambe le parti, che si affermano pronte allo scontro, pur non desiderandolo.
Sotto questo profilo, è pertanto corretto affermare che gli attentatori abbiano pienamente conseguito gli obiettivi politico-strategici che erano stati loro assegnati. Hanno probabilmente determinato una diversione strategica di ampiezza fenomenale dal teatro principale della campagna contro il terrorismo internazionale, le zone tribali prossime all’Afghanistan, obbligando il potere politico pachistano a misurarsi in una zona completamente differente con una crisi internazionale dagli imprevedibili sbocchi finali.
La prudenza dimostrata dal Pakistan nel corso della recente crisi si spiega anche facendo riferimento alla debolezza delle autorità civili che si sono recentemente insediate alla testa del governo ed alla presidenza della Repubblica. Un’eventuale eccessiva arrendevolezza nei confronti dell’India da parte di Islamabad avrebbe infatti quasi certamente già comportato la realizzazione di un nuovo colpo di Stato da parte dei vertici militari, che decisero di deporre Nawaz Sharif nel 1999 per molto meno: e cioè per vanificare l’indesiderata scelta del governo di sostituire Pervez Musharraf alla testa dell’esercito. Sia Raza Yousf Gilani che Asif Ali Zardari lo sanno e sono quindi attentissimi ad evitare passi falsi.
Le pressioni esercitate dagli Stati Uniti su entrambe le parti – quella indiana e quella pachistana - hanno evidentemente svolto un ruolo cruciale nell’evitare il peggio. Ma è chiaro che la crisi non può ancora considerarsi superata e potrebbe nuovamente essere spinta sull’orlo del baratro da ulteriori attacchi. Per questo, quanto accade nel quadrante deve essere attentamente monitorato, a prescindere dall’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani in futuri attentati o disordini. L’impressione che si ricava da tutta la vicenda è che la lotta in atto verta soprattutto su chi detiene il potere in Pakistan e sul modo di conservare od acquisire il controllo delle armi nucleari di Islamabad, fatto di per sé indicativo dei possibili effetti globali della destabilizzazione di quel Paese.
Il terrorismo potrebbe nuovamente colpire non solo in India, ma anche in Europa e negli stessi Stati Uniti. La minaccia che incombe sul nostro continente si lega all’ampiezza dei flussi di traffico passeggeri tra il Pakistan e la Gran Bretagna. Si tratta infatti di ben 400 mila persone: una cifra che rende difficile ed inaffidabile qualsiasi controllo di sicurezza, avvantaggiando i terroristi desiderosi di colpire bersagli europei. Il rischio è amplificato dalla circostanza, apertamente sostenuta da Ahmed Rashid, che i vertici del network internazionale del terrore si siano completamente ricostituiti e riorganizzati nelle zone tribali pachistane, riuscendo persino ad infiltrare un certo numero di operativi dormienti negli Stati Uniti, che sono quindi tornati ad essere pienamente un bersaglio. (g.d.) |
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| Il nuovo anno: gli sviluppi in Medio Oriente |
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Roma, 22 dic - (Servizi-italiani.net) - In Medio Oriente i fatti nuovi sono due: l’annunciata rottura della tregua da parte di Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, e la decisione russa di garantire nuove forniture militari al governo di Beirut. L’organizzazione islamista palestinese ha minacciato un’imminente ripresa degli attentati suicidi contro Israele, al probabile scopo di compromettere la stagione turistica collegata ai pellegrinaggi natalizi dei cristiani in Terra Santa e, forse, anche per favorire uno spostamento a destra dell’asse politico israeliano alla vigilia delle elezioni politiche.
Hamas ha in effetti tutto l’interesse a determinare le condizioni politiche generali di una prosecuzione a tempo indeterminato degli scontri in Medio Oriente, dal momento che la logica opposta rafforzerebbe a medio e lungo termine l’Autorità nazionale palestinese e l’Olp. Alzando lo sguardo al livello delle dinamiche regionali, il protrarsi delle tensioni assicura vantaggi anche all’Iran e probabilmente alla Siria, mentre una loro diminuzione migliorerebbe la posizione dei sauditi. La partita in corso è quindi estremamente complicata e non si presta certamente a riduzioni di comodo o, peggio, a letture stantie condizionate dalle memorie della Guerra Fredda, pure da noi ancora così in voga.
Costituisce uno sviluppo non meno interessante anche la decisione russa di armare il Libano, fornendo al governo di Beirut, decisivamente partecipato dall’Hezbollah, un cospicuo quantitativo di sistemi d’arma avanzati, inclusi dieci caccia Mig-29 ceduti a titolo gratuito, dei quali la stessa stampa libanese dubita possano essere di qualsiasi utilità all’aviazione nazionale. L’esecutivo della Federazione Russa ha fatto sapere di essersi deciso al passo in considerazione dell’importante funzione stabilizzatrice che le Forze armate libanesi possono esercitare nel loro Paese. Ma i punti interrogativi permangono. Gli Hezbollah potrebbero creare, infatti, le condizioni politiche di una collaborazione militare con l’Iran che renderebbe gli aerei russi ceduti al Libano un asset interessante nella prospettiva dell’accentuazione della minaccia posta su Israele. (g.d.) |
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| Il nuovo anno: l’Iraq |
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Roma, 22 dic - (Servizi-italiani.net) - Sotto osservazione va tenuto l’Iraq, perché si moltiplicano i segnali premonitori di un possibile nuovo deterioramento delle condizioni di sicurezza del Paese. L’episodio delle scarpe scagliate contro il Presidente americano uscente, George Walker Bush, ha alimentato un’ondata di dimostrazioni significative contro la permanenza delle truppe americane che potrebbe condizionare anche il processo di approvazione dell’accordo bilaterale di cooperazione militare stretto tra Washington e Baghdad. Lo stesso presunto golpe di matrice baathista sventato dalle forze di sicurezza fedeli al governo di Nouri al Maliki è un fatto inquietante da ascriversi all’incerto quadro che si sta determinando in Iraq.
Il problema di fondo è probabilmente collegato al passaggio dei poteri in corso negli Stati Uniti tra l’amministrazione Bush e quella del successore eletto, Barack Obama. L’annunciato impegno a ritirare entro sedici mesi dall’insediamento tutte le truppe stazionanti sul suolo iracheno sta probabilmente alimentando già una percezione di vuoto di potere da cui traggono forza i movimenti interessati a generare il disordine. Erano probabilmente proprio queste prevedibili difficoltà quelle che si contava di eliminare con il Trattato bilaterale siglato la scorsa settimana. Evidentemente, però, non è bastato. Forse perché lo stesso testo dell’accordo prevede che gli americani abbandonino il pattugliamento delle aree urbane irachene entro la prossima estate. Uno dei cardini della strategia di contenimento delle insurrezioni elaborata dal generale David Petraeus verrà presto meno e tutto diventerà possibile, se non interverranno correzioni e ripensamenti ulteriori.
Nella stessa direzione della compromissione possibile dei risultati raggiunti negli ultimi due anni va altresì il rapido ritiro dei contingenti alleati, a partire da quello britannico, in realtà da tempo ridotto considerevolmente nelle sue dimensioni e segregato in una grande base del Sud iracheno. L’acuirsi del conflitto in Afghanistan, d’altra parte, assorbe sforzi crescenti ed oggi uno dei moventi più forti dietro la spinta ad abbandonare l’Iraq è proprio rappresentata dalla necessità di rafforzare il fronte centro-asiatico della lotta al terrorismo internazionale. (g.d.) |
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| Il nuovo anno: l’Afghanistan |
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Roma, 22 dic - (Servizi-italiani.net) - Novità potranno giungere dall’Afghanistan, dove ormai non esistono più pause invernali dei cicli operativi e non sono perciò da escludersi sgradite sorprese. In gennaio, comunque, inizierà l’afflusso dei rinforzi voluti dall’amministrazione Usa uscente: una brigata di 3.000-3.500 uomini, che verrà dislocata in prossimità di Kabul, nelle province di Logar e Wardak. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, ha tuttavia già quasi portato a termine la pianificazione complessiva del surge desiderato dal Presidente eletto, Barack Obama, la cui consistenza sarà compresa tra i venti ed i trentamila uomini entro la prossima estate. E’ chiaro che la tempistica prevista risente del fatto che in autunno si voterà per l’elezione del nuovo Presidente afgano, di cui s’intende prevenire il possibile boicottaggio da parte neo-talebana.
L’elemento discrezionale si lega strettamente all’apporto che a questo surge vorranno dare gli europei. Washington desiderava che fosse pari ad almeno diecimila uomini, ma negli ambienti del Pentagono e del Dipartimento di Stato debbono essersi resi conto del fatto che una cifra del genere non sarà mai ottenuta. Cruciale a questo riguardo è stato probabilmente l’annuncio, recentemente fatto da Londra, di voler incrementare il proprio contingente in Afghanistan di soli trecento uomini. Ne verranno forse di più dall’Italia (cinque o seicento in più almeno per sei mesi), dalla Spagna, dalla Francia e dalla stessa Germania: forse tremila soldati in tutto, comunque troppo pochi per giungere alla fatidica cifra di 30 mila presenze addizionali.
Una volta giunti sul terreno questi rinforzi, gli effettivi a disposizione dell’Isaf e dell’Oef raggiungeranno quasi la soglia dei centomila uomini, cifra sinistramente prossima alla consistenza massima toccata dal famoso “contingente limitato” sovietico inviato in Afghanistan, come hanno avuto modo di sottolineare gli stessi portavoce della guerriglia. Hamid Karzai ha chiesto che le truppe addizionali siano impiegate nelle province orientali e meridionali, a ridosso del confine pachistano. Difficile che questo surge basti a risolvere il conflitto. Dovrebbe però permettere almeno di rinunciare al disinvolto ricorso al potere aereo che ha caratterizzato gli ultimi tre anni di guerra, procurando i gravi danni collaterali sotto gli occhi di tutti e da ultimo pregiudicando la stessa popolarità delle truppe occidentali in Afghanistan. (g.d.) |
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